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Luglio 1st, 2009Per tutti coloro (se c’è ancora qualcuno) che passano da queste parti:
Dal giorno 19/7/2009 questo sito non esisterà più. Grazie a tutti quelli che hanno lasciato un segno.
Non c’era più niente da dire.
Ciao!
Phoenix
Per tutti coloro (se c’è ancora qualcuno) che passano da queste parti:
Dal giorno 19/7/2009 questo sito non esisterà più. Grazie a tutti quelli che hanno lasciato un segno.
Non c’era più niente da dire.
Ciao!
Phoenix
- “Ciao tesoro, cos’hai disegnato oggi a scuola? Un farfalla?! ma che bella… è un po’ strana però, le hai fatto le ali diverse…”
- “No mamma, non è una farfalla. Sono due farfalle che si baciano.”

Un anno fa. Un anno fa, esattamente in questo momento, mi facevi delle promesse, mi davi modo di credere e aver fiducia. E così feci.
Ma ti sei presto smentito ed io di affidarmi a te… non ho più avuto voglia.
Per questo oggi sono qui a mandarti bene affanculo che di male me ne hai fatto abbastanza, ma voglio tenermi stretto l’attimo in cui in due pensavamo:
Non ho più contato due. Ne’ più avuto cieli così.
Confido in chi prende già il tuo posto che disponga di pennelli e una tavolozza più variopinta.
C’erano i delfini in cielo e le mie dita sapevano di cioccolata al latte.
Nel riflesso sulla finestra i miei occhi. Non erano mai stati di quel colore, forse a causa di un sole grigio argento che non si vedeva da mesi e che finalmente aveva trovato un po’ di coraggio.
Anche i tuoi iridi mi incantavano, il tuo corpo mi scaldava e il tuo profumo coccolava.
La stessa sensazione di sicurezza del pane sulla tavola la domenica a pranzo.
Con te torno a respirare e imparo a godere il non sentire la necessità di alcuna altra ricerca, oggetto o persona.
Con te mi sento arrivata, come un nuotatore giunto ai blocchi dopo diverse vasche.
Mi sento tornata, come un soldato dalla guerra, dove non ci sono fucili.
Un guerra di parole e silenzi. E di mancanze, di cui morire non rende eroi.
Con te trovo la pace incredibile creatura, colmi ogni mio vuoto.
In cielo i delfini, una lepre attraversa il giardino e tana-libera-tutti, le nostre poiane vigilano ed io in questo pomeriggio misuro il mio tempo dilatarsi.

Nel letto, la finestra spalancata, fuori la pioggia chiacchiera.
Quando d’estate fa sbuffare l’asfalto bollente, quando scorre copiosa sui finestrini, quando come ora tormenta la grondaia.
Incantevole stare così ad ascoltarla, ha sempre qualcosa di umile e intelligente da dire.
La pioggia ti somiglia.

Nella notte un bicchiere di latte e cubi di cioccolata si conoscono nella mia bocca.
Le mie caviglie gelate mi mostrano le vene e le ossa tutte litigare fra loro nei brividi.
La notte è artista misterioso, non è scrittore, non è cantante, non è pittore ne’ scultore, non suona alcuno strumento, non conosce i tessuti. La notte, gelida oggi, domani è fuoco. La notte è Donna.
La notte è tanto bella quanto lontana, un po’ fa paura e cuoce lento, timore sangue e sale.
La notte fa l’amore con tutti noi persi nel suo ventre, le mani bagnate, la lingua asciutta, le labbra bianche.
Possiamo fingere di essere i soli e ricoprire di rose gialle i campi del giorno così che chiusi nel buio, complici, mentano.
La notte è mancina. Sulla pancia si scrive il nostro destino e di inchiostro di stelle si sporca il pugno.
Ma la notte – un po’ confidente, un po’ bocca di rosa – è ben cosciente che ad averci tutti, non avrà mai davvero nessuno e giorno per giorno con astri nuovi ci lascerà andare.

Cara,
ti scrivo questa lettera prima di andarmene.
Sono stato bene con te in questi giorni, i tuoi immensi sorrisi, le risate, il tuo cuore sempre vivo e fibrillante mi hanno dato forza.
La tua mente piena di fantasia, di avventure, di estasi, di corse a perdi fiato lungo le vie dell’intraprendenza mi ha dato fiducia in me stesso, nella mia ragion di essere.
Ho sentito in te sentimenti così comuni agli uomini eppure ogni volta originali e autentici. La tua sincerità e concretezza non c’entrano con me e la mia irrazionalità.
La tua compagnia è così dolce che mi sento sereno e avido di vita come un bimbo a dispetto della mia lunga esistenza.
Ma è tempo di andare e sono sicuro saprai cavartela alla grande nonostante ti assilleranno le domande e l’ingiustizia.
In te ho seminato del buono e crescerà con le tue cure: terreno del cuore e acqua dell’anima, non smettere mai di cercare la luce del sole di cui ha bisogno. Ci ritroveremo un giorno.

Da inventariare nelle tasche:
un mezzo pacchetto di fazzoletti rimasto in attesa dei nuovi raffreddori,
un pacchetto di tic tac dato per disperso,
una moneta da 10 cent già finita nella macchinetta del caffè.
Quell’odore di chiuso che una giornata di vento spazzerà presto via.
È l’inverno che torna con le sere buie, il cielo bucato di stelle e le nuvole dense di fiato; torna con un po’ di quel che c’era, senza tanto di quel che c’è stato e quel che resta si riempirà.
Un cappotto che odora di ieri e, se pur lo stesso, tiene ancora troppo freddo.
Non sapevo cosa dirgli.
Mi sentivo molto maldestro.
Non sapevo come toccarlo, come raggiungerlo.
Il paese delle lacrime è così misterioso.
Antoine de Saint-Exupéry
Le sue labbra guardava, come un rebus enigmistico di quelli da riempire i campi chiusi contrassegnati dal pallino. Ne figurava intenso sapore di liquirizia dolce.
Si muoveva attorno a lei senza alcun suono, con abiti neri aderenti, abiti fatti di buio.
Luci bianche riflesse sui teli, ronzio di apparecchi elettrici, silenzio di persone uscite.
Danzava attorno come indiani in attesa di pioggia e sulle mani aperte e nude si potevano contare i tendini, i muscoli, le nervature tutte.
Fece un ampio salto, poi una piroetta e cadde adagio sulle ginocchia.
Il braccio teatralmente teso e labbra chiuse in un sorriso gentile la chiamò a sé.
Ecco la magia azzurra dei tavolini di vetro opaco visti dal basso, ecco le molteplici ombre delle foreste di mobili, il fiume dei cavi, montagne di cassetti, cascate di seta dalle finestre, scrivanie come caverne. Ecco la realtà di chi gioca.
Al riparo dal mondo le scostò i capelli dal viso e li sistemò dietro l’orecchio, schioccò le dita e ne apparve una penna poi dal taschino estrasse un fazzoletto bianco, lo sbatté in aria e si fece carta.
Le porse i due oggetti e la ragazza disegnò.
Un volto dipinto di bianco, un trucco spesso e uniforme. I capelli neri, la bocca appena dischiusa e prolungata sulle guance con un segno nero sottile. Occhi scuri neri e ambra, vivi.
La guardava impaziente ma composta, attenta e silenziosa come un cane che attende il lancio del bastone pronto a scattare.
Terminò il ritratto lo alzò a mezz’aria sopra l’originale e lo baciò sfiorandolo appena.
Quando riaprì gli occhi si ritrovò seduta a terra in un ufficio vuoto, si alzò, si ricompose appena, strofinò i jeans sulle cosce e la felpa lungo i gomiti prima di osservare il suo riflesso poco lontano, e si fermò interdetta.
L’angolo della bocca, a sinistra, cerone bianco.
Eugen stava seduto, le gambe lunghe distese sulla panchina all’angolo del giardino,
nei ritagli d’ombra dei dodici pini marittimi che lo occupavano.
Chino in avanti slacciava e allacciava le stringhe della scarpa da tennis bianca. La sinistra.
E cantilenava: “Un orecchio, due orecchi… il coniglietto gira attorno al tronco e si infila nella tana”.
Eugen aveva le mani pulite, i capelli puliti, i denti puliti.
Non portava anelli, non portava bracciali, non portava orecchini, ne’ orologi, ne’ collane.
Eugen non sapeva che giorno fosse, che ora fosse.
Senza fame, senza sete, senza sonno, senza caldo ne’ freddo, senza noia e senza fretta.
Eugen aveva il volto rasato con qualche segno della lama dalla mattina stessa.

Contava le tonalità di verde attorno a lui:
1… i listelli di legno sotto le sue ginocchia
2… gli aghi dei pini
3… le sbarre della recinzione
4… i rovi di more
5… il piano dell’altalena
6…
Arrivato al 10 non seppe che numero dare al successivo e ricominciò.
1… l’insegna del bidone dei rifiuti…
Il coniglietto continuava ad entrare e uscire dalla tana sua scarpa.
Eugen guardava a lungo contro il sole, strizzando a volte un occhio a volte l’altro e poi di colpo
l’ombra dove comparivano intermittenti coriandoli di luce.

L’inserviente imboccò il corridoio ovest, la stanza 71, salutò l’ospite, raccolse la sua felpa
verde - verde 5 - dallo stipetto e preso sotto braccio lo condusse al piano terra per il corso di disegno.
“Un orecchio, due orecchi… il coniglietto gira attorno al tronco e si infila nella tana”.
“Eugen non pensi che anche il coniglietto di destra voglia andare nella sua tana?”
“No” – disse continuando senza inciampare a trascinare le stringhe sciolte
– “è libero, sta correndo nel prato verde - verde 8”.